I NOSTRI RIFIUTI – PEMBA
Ottobre 2025
Fondazione E35 lavora a Pemba sulla tematica della gestione dei rifiuti urbani da anni, cercando di mettere a sistema le competenze e le ricerche di IREN con le volontà politiche locali, contribuendo a migliorare un minimo la situazione di questa città. Credo che lo stato attuale della città di Pemba possa rispecchiare quello di molte altre città di medie dimensioni che hanno vissuto un boom demografico non avendo le tecnologie, le politiche e le risorse per gestirlo. Tipo le città italiane nel dopoguerra.
Pemba è capoluogo di regione (una regione segnata da un conflitto armato a bassa intensità attivo da 8 anni) ed è passata dall’ ospitare più o meno 200.000 cittadini nel 2017, a 380.000 residenti nel 2022. Una città come vi ho raccontato con pochissime strade asfaltate, che si estende su una penisola circondata dall’acqua su tre lati, dove tutto il territorio di cui dispone è ormai saturo e non c’è spazio per allargarsi. Una delle sfide immani della città sono i rifiuti.
I residenti non producono tanti rifiuti, comprano pochissimo al supermercato e si recano ai mercati rionali di quartiere, mercati locali. Una famiglia media di Pemba, non produce rifiuti di carta, plastica, di imballaggi in generale. Si comprano le verdure e i cereali al mercato imbustati in sacchetti neri di plastica che vengono buttati per terra. Le operatrici del municipio, nelle vie principali e secondarie della città spazzano tutte le mattine, raccolgono questi rifiuti sbriciolati dalle strade, insieme a sabbia, foglie, rametti e lo vanno a depositare a uno due chilometri di distanza dove trovano un contenitore metallico da 3 metri cubi di capienza per i rifiuti. In alternativa le famiglie 1) bruciano i rifiuti all’interno della proprietà 2) li bruciano accatastati in un luogo determinato del quartiere, una piccola discarica non controllata comunitaria 3) li seppelliscono nel giardino 4) li gettano in canali naturali normalmente secchi ma che diventano fiumi nella stagione delle piogge, portando tutto il rifiuto in mare. La città e il suolo appaiono stratificati di rifiuti e plastica.
Io per esempio non uso prodotti da bagno in flacone, bevo acqua in bottiglia, tutti i cavi, dispositivi elettronici, farmaci che devo buttare via li rimetto in valigia e li porto in isola ecologica a Reggio. Tuttavia credo di produrre almeno il doppio dei rifiuti di un mozambicano medio. Ovviamente non brucio né seppellisco i miei rifiuti, ma li butto nei contenitori metallici predisposti dal Municipio, i quali vengono caricati periodicamente su camionette e trasportati in discarica.
La discarica di Pemba.
Immaginatevi una collinetta fuori dalla città di 2 o 3 ettari dove i camion scaricano materiale e 3 operatori lo bruciano o lo sparpagliano, così da poterne scaricare altro sopra. Fino all’anno scorso questo luogo era inaccessibile perchè la strada non asfaltata era troppo messa male e i camion non riuscivano a percorrerla. Scaricavano tutto appena fuori dalla strada principale. Il Municipio ha sistemato questa strada l’anno scorso e sono riusciti a identificare un’area adeguata come destinazione finale dei rifiuti domestici.
Non so se dalle foto si capisce l’odore che mi sono portata a casa attaccata ai capelli e ai vestiti. Il raspino in gola per aver respirato probabilmente tantissima plastica bruciata. La foga con la quale i raccoglitori informali (catadores) assalgono il camion nella speranza di trovare materiali da rivendere per pochi centesimi, quali metalli e plastica. Queste persone vivono qui in mezzo, o vi si recano ogni mattina per trovare piccoli tesori, moltissimi sono minori. Le persone qui coltivano mandioca e altri cereali che nutrono famiglie (ci hanno assicurato che non li vendono :/ ).
Immaginate lo sforzo per una municipalità che riscuote in minima parte le tasse municipali, che cerca di bonificare questa area. Ci vorrebbero, non so, 30 o 40 milioni di investimento solo per bonificare l’area e costruire una discarica salubre e dotare il municipio di mezzi adeguati per la gestione e manutenzione. Iren ha visitato questi luoghi nel 2022, ha dato idee e consigli ma la sfida va oltre le capacità di una Fondazione che accede a finanziamenti della cooperazione di 1 o due milioni ogni tre anni.
Questi non sono rifiuti del fast fashion, del capitalismo, del consumismo sfrenato, qui non arriva amazon o temu. Non sono rifiuti europei che vengono scaricati a Pemba. Qui arrivano tante cose di plastica cinese che si rompono, vestiti usati e riusati, tutti oggetti che si usano finchè non rimangono che briciole. Eppure la crescita demografica e l’assenza di investimenti acutizzano esponenzialmente il problema dei rifiuti che solo noi umani sappiamo generare. Il danno ambientale di posti come questo in termini di inquinamento del suolo, delle acque, evaporazioni di fumi chimici, incendi che sprigionano inquinanti nell’aria mi spaventa. Perché questa è la normalità di tantissime città in via di sviluppo che semplicemente non hanno capitale. Non so dire se incide di più sul clima l’isola di plastica nel pacifico, il buco dell’ozono, o la discarica di vestiti in Cile o in Ghana. O invece se nel nostro piccolo la gestione sbagliata dei rifiuti crea una costellazione di luoghi infernali che fanno ammalare il pianeta e le persone.